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"Dolce è la guerra a chi non l'ha provata", Erasmo da Rotterdam
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    Invierno en Bagdad.gif 

    Questo blog ha lo scopo di dare visibilità alla petizione mirata a raccogliere le adesioni dei telespettatori per chiedere alla RAI di trasmettere anche in Italia, come in Spagna, il documentario "Invierno en Bagdad".


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  • "La gente non vuole la guerra. Nè in Russia, nè in Inghilterra, America o Germania. Sono i leader delle nazioni a determinare le regole. La questione è semplicemente quella di trascinare la gente, viva essa in democrazia, o in qualsiasi altro regime", Hermann Goering



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    6 febbraio 2007

    Il massacro di Najaf


    [Foto tratta da "Invierno en Bagdad", sostienici firmando la petizione]

    A questo punto, due cose si possono affermare con certezza sul massacro di 250 Iracheni avvenuto lunedì alle porte di Najaf. In primo luogo si sa che non ci sono prove concrete che supportino la versione ufficiale dei fatti. E, secondariamente, si sa che tutti gli organi d’informazione degli Stati Uniti hanno fornito pedissequamente ai loro lettori la versione del governo, senza verificare i fatti e senza citare testimonianze oculari. Questa è la prova che coloro secondo i quali le notizie ufficiali vengono "filtrate" si sbagliano di grosso. Non ci sono filtri tra i militari e i media; c’è un canale diretto. Di fatto, tutti gli ostacoli tradizionali sono stati scrupolosamente rimossi, di modo che le storielle inventate dal Pentagono finiscono sulle prime pagine dei giornali americani con meno interferenze possibili. Nel caso in questione, ci è stato detto che "centinaia di terroristi appartenenti ad un 'culto messianico' (I Soldati del Paradiso) progettavano di travestirsi da pellegrini e di assassinare dei religiosi nel giorno più sacro del calendario sciita". Ci si aspetta che noi crediamo siano stati loro a collocare sulla linea di tiro le vedove e i bambini, per nascondere la loro reale intenzione di assediare la città.

    Quanti uomini trascinerebbero volontariamente in battaglia le loro famiglie?

    Secondo la Associated Press: "La loro intenzione era quella di uccidere il maggior numero possibile di capi religiosi, compresi gli ayatollah [autorità religiose sciite, ndt] più importanti, tra i quali ci sarebbe stato il principale leader spirituale iracheno, il Gran Ayatollah Ali al-Sistani…. I funzionari del governo di Najaf hanno dichiarato che tra i militanti erano presenti estremisti sia sciiti che sunniti, come pure combattenti stranieri".

    Cazzate

    Ciò che sappiamo ora è che non c'erano affatto combattenti stranieri (o appartenenti ad Al Qaida, come era stato affermato in un primo momento), né miliziani sunniti. Si trattava di un gruppo di Sciiti avversi del governo, sempre sciita, in carica (di cui fanno parte il partito SCIRI [Supreme Council of Islamic Revolution In Iraq, Consiglio Supremo per la Rivoluzione Islamica in Iraq, ndt] ed il partito Da'wa [Chiamata Islamica, ndt] che rappresentano Muqtada al Sadr ed Abdel Aziz al-Hakim).


    Quindi, cos'è succcesso veramente?

    A quanto pare, tutto è iniziato con uno scontro, ad un posto di blocco, tra forze governative (sciite) ed il gruppo rivale (formato anch'esso da Sciiti). Ci sono stati degli spari, la violenza è aumentata, e le truppe governative sono state ben presto sopraffatte. Queste ultime allora hanno chiesto rinforzi alle forze armate statunitensi, comunicando di essere state attaccate da ribelli appartenenti ad al Qaida e da ribelli sunniti. Erano tutte sciocchezze, ma i militari ci hanno creduto, hanno mandato gli F-18 e gli elicotteri armati Gunships, ed hanno seppellito il gruppo sotto un tappeto di bombe (Si suppone che le donne e i bambini siano rimasti uccisi nel bombardamento). Di fatto molti media hanno celebrato la strage di pellegrini iracheni quasi fosse una rivisitazione della "Battaglia del Belgio". Ecco un tipico resoconto dalla Associated Press:

    "Gli aerei statunitensi e britannici hanno bombardato e mitragliato i militanti, ha dichiarato lunedì l'Aviazione degli Stati Uniti. Gli F-16 e gli A-10 statunitensi hanno sganciato bombe da 500 libbre sul punto dove si trovavano gli insorti, ha affermato l'Aviazione".

    Hurrà! Un'altra strage di innocenti!

    Si dica pure quello che si vuole a proposito dei media in mano alle multinazionali; non hanno ancora perso l'appetito per la carneficina. Né l'ha perso il Comandante in Capo che, interrogato a proposito dell'attacco, ha risposto: "La mia prima reazione al rapporto che mi è pervenuto dal campo di battaglia è che gli Iracheni cominciano a farmi vedere qualcosa". Ciò che gli Iracheni hanno "fatto vedere" a Bush è quanto sia facile convincere con uno stratagemma le forze armate statunitensi a mettere in atto le loro rappresaglie genocide contro gruppi rivali. Proprio come l'Esercito del Mahdi ed altre milizie sciite si "tengono alla larga" mentre i militari statunitensi effettuano una pulizia etnica nei quartieri sunniti da un capo all'altro di Baghdad, così anche il governo iracheno retto da Sciiti sta approfittando della potenza di fuoco americana per eliminare potenziali nemici sciiti.

    A quanto pare, sia Bush che i signori della guerra sciiti che guidano ora il paese sono felici di questo nuovo accomodamento. Un portavoce del Ministero della Difesa iracheno ha dichiarato che "200 terroristi sono stati uccisi, e 60 feriti" abbassando le stime iniziali.

    "Terroristi"?

    "Famiglie di terroristi" (bambini compresi) o semplicemente vecchi, comuni terroristi?

    Quali che siano i particolari esatti, la versione ufficiale è totalmente priva di senso. Ecco perché ai sopravvissuti all'attacco viene impedito di parlare con la stampa. Proprio come il bombardamento alla festa di nozze nella provincia di Anbar, o la farsa di Jessica Lynch; la versione ufficiale è "sempre esatta", sempre che non ci sia un resoconto alternativo. Il punto essenziale è che le forze armate statunitensi ora vengono usate come "rinforzi" in dispute tribali o tra clan. Ciò renderà ancora più difficile per Washington provare che i suoi onesti intermediari sono in grado di appianare le controversie tra le fazioni in conflitto. Con tutte le azioni violente avventate, gli Stati Uniti verranno trascinati sempre più nel fango di una guerra "invincibile" in un paese ostile. Solo i media americani pensano ci sia in tutto ciò di che rallegrarsi.

    Mike Whitney, tradotto da Cristina Mazzaferro
    Fonte: http://www.uruknet.info
    Link: http://www.uruknet.info/?p=30212
    31.01.2007




    permalink | inviato da il 6/2/2007 alle 16:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

    5 febbraio 2007

    Il miracolo USA in Iraq: la moltiplicazione delle guerre e…dei morti

     
    [Immagine tratta da Invierno en Bagdad, sostienici firmando!]

    Ormai è ufficiale. Gli USA hanno compiuto un miracolo in Iraq e lo ha rivelato al mondo intero il Ministro della Difesa Gates affermando che “in Iraq non c’è una guerra ma ce ne sono quattro: una contrappone sciiti a sciiti, principalmente nel sud; la seconda e' un conflitto settario in corso principalmente a Baghdad; la terza e' portata avanti dai ribelli; e la quarta e' quella di al Qaeda”…. E tutto il mondo naturalmente deve essere grato alla superpotenza americana di questo miracolo che s’ispira liberamente a quello della moltiplicazione dei pani e dei pesci, che però... è di antica data e del tutto obsoleto. Ora ci troviamo di fronte invece a un’impresa moderna, ben progettata e realizzata in pochi anni, merito esclusivo del Commander in Chief che siede alla Casa Bianca. Complimenti vivissimi.

    Ma solo poche ore prima delle illuminate e geniali parole di Gates, i 16 servizi segreti americani avevano divulgato un rapporto che metteva a nudo la crisi irachena in tutta la sua gravità e complessità e che con molti equilibrismi linguistici svelava "che il termine 'guerra civile' non rappresenta adeguatamente la complessità  del conflitto in Iraq. Tuttavia, il termine 'guerra civile' descrive accuratamente elementi chiave del conflitto iracheno, compreso il rafforzamento delle identita' etno-settarie, un cambiamento epocale nel carattere delle violenze, una mobilitazione etno-settaria e la fuga della popolazione dalle proprie case".

    Mentre sulle operazioni militari americane i servizi confermano che se non s’invertirà subito la rotta fermando gli scontri tra sciiti e sunniti  "la situazione nel campo della sicurezza continuerà  a deteriorarsi nei prossimi 12-18 mesi a un ritmo comparabile a quello della fine del 2006”. Però, ovviamente, per i servizi d’intelligence USA le potenzialità militari degli Usa e della coalizione “rimangono un elemento essenziale, compresi la consistenza numerica delle truppe, le risorse messe a loro disposizione e la prosecuzione delle operazioni di sicurezza. Un rapido ritiro avrebbe conseguenze pericolose, con violenze ancora maggiori”.

    Quindi come al solito si prende atto che la situazione è disastrosa e peggiorerà molto probabilmente nei prossimi mesi, ma non ci si può ritirare perché altrimenti la situazione peggiorerà. Un ragionamento tragicomico, un po’ come dire mentre si sta correndo in auto “Stiamo andando a schiantarci contro un muro però proseguiamo dritto ugualmente perché altrimenti usciamo fuori strada e rompiamo il semiasse”…... Purtroppo però non è affatto una novità, è un ritornello vecchio e stantio che ormai conosciamo a memoria. All’amministrazione Bush comunque non è piaciuto affatto che i servizi abbiano usato il termine “guerra civile” e infatti l’ex della CIA Gates ha immediatamente replicato dichiarandosi in disaccordo sull'uso della definizione "guerra civile" per caratterizzare la violenza che insanguina l'Iraq affermando che “non e' una questione semantica”. Ma lo ritiene “il risultato di una semplificazione eccessiva che non rende l'idea della complessità  di quanto sta accadendo in Iraq”. Ok, ci crediamo….non è una questione semantica; ma Gates o Bush dicano al mondo allora come si deve definire altrimenti una situazione in cui iracheni ammazzano altri iracheni quotidianamente, magari scopriremo finalmente il neologismo che tutto il mondo anela di conoscere. Ma Gates forse ha già risolto la questione dicendo semplicemente che “in Iraq non c’è una guerra civile ma ci sono quattro guerre”…..et voilà.

    Nel frattempo i soldati USA ammazzati in Iraq sono quasi 3100; ma questa è un’altra guerra, la quinta….


    Fonte: pressante.com, Enrico Sabatino
    *Link




    permalink | inviato da il 5/2/2007 alle 16:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

    3 febbraio 2007

    Iraq, intelligence Usa definisce il conflitto "guerra civile"

    Il termine "guerra civile" descrive in modo accurato alcuni degli aspetti principali della violenza in Iraq: è questa la conclusione a cui giunge un nuovo rapporto dell'intelligence statunitense diffuso oggi. "Il termine 'guerra civile' non fotografa adeguatamente la complessità del conflitto in Iraq", si legge nello studio dell'intelligence nazionale. "Nondimeno, il termine 'guerra civile' descrive accuratamente gli elementi chiave del conflitto iracheno". Il rapporto descrive la situazione in Iraq, dove la violenza interconfessionale è largamente diffusa, in progressivo peggioramento, secondo una parte del documento ottenuta oggi. Le 90 pagine del National Intelligence Estimate sono destinate ad alimentare il dibattito al Congresso Usa contro il piano del presidente George W. Bush di inviare altri 21.500 soldati Usa in Iraq.

    Le risorse statunitensi e della coalizione, "inclusi i livelli di forza, le risorse e le operazioni restano un elemento essenziale in Iraq", scrive l'intelligence, aggiungendo che un ritiro in tempi brevi dei soldati Usa dall'Iraq avrebbe consequenze pericolose come un incremento della violenza. Il rapporto descrive una situazione grave in Iraq e dice che la violenza tra iracheni ha superato le attività di al Qaeda. "A meno che gli sforzi per capovolgere queste condizioni non mostrino un progresso misurabile tra i prossimi 12 e 18 mesi, riteniamo che la sicurezza complessiva della situazione continuerà a peggiorare", secondo una parte del rapporto ottenuta da Reuters.

    Lo studio afferma anche che le attività iraniane in Iraq aggravano la violenza, sebbene non ne siano la causa scatenante. Un funzionario del governo ha detto che il rapporto non desta sorprese e che le informazioni contenute sono state usate anche da Bush nel mettere a punto la sua nuova strategia in Iraq. John Negroponte, direttore uscente dell'intelligence nazionale, ha informato ieri Bush del rapporto, che è atteso oggi al Congresso.

    Fonte: Reuters




    permalink | inviato da il 3/2/2007 alle 12:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

    29 gennaio 2007

    Sparare sugli iraniani in Iraq: ordine di Bush


    [Foto tratta da *Invierno en Bagdad]

    L'ultimo particolare della «nuova strategia» di George Bush in Iraq di cui si è venuti a conoscenza (grazie al Washington Post) è la seguente: basta con il «catch and release», d'ora in poi appena vedete un iraniano in Iraq, sparate. Il «catch and release», la linea seguita finora, consisteva nel catturare gli iraniani in cui ci si imbatteva e rilasciarli alcuni giorni più tardi, dopo aver provveduto a registrare di nascosto il loro Dna, lo scan della loro retina e le impronte digitali. Ora non più. Dietro espressa autorizzazione del presidente, gli iraniani si possono ammazzare o in subordine catturare e non rilasciare più. Lo scopo di tutto ciò - così come l'hanno spiegato le fonti del Washington Post - non è solo iracheno, cioè legato all'andamento della guerra, ma molto più ambizioso, addirittura quello di «indebolire l'influenza di Tehran nell'intero Medio Oriente e di costringerla a rinunciare al suo programma nucleare».

    Secondo i servizi segreti americani in Iraq ci sono circa 150 agenti iraniani e non ci sono prove che qualcuno di loro abbia mai compiuto «azioni ostili» nei confronti delle truppe americane. Ma quello che fanno è molto peggio, ha spiegato Michael Hayden, il capo della Cia: forniscono addestramento, informazioni e armi, apparentemente senza fare troppo distinzioni fra buoni e cattivi, visto che fra i loro clienti ci sono, sempre secondo la Cia, gli «insurgents» ma anche le milizie sciite «connesse con il governo iracheno» e quelle dedicate «alla violenza contro i sunniti».

    Tecnicamente, la decisione di inserire qualche iraniano nel numero dei morti ammazzati in Iraq costituisce - spiega il Washington Post - un allargamento dell'operazione «Blue Game Matrix»-, quella condotta contro gli Hezbollah del Libano, e il «via» di Bush è arrivato all'inizio di ottobre, cioè un paio di settimane dopo che aveva affermato solennemente, davanti all'Assemblea generale dell'Onu, che le sue «differenze» con l'Iran, Washington le avrebbe trattate in termini diplomatici. Rivolgendosi idealmente al popolo iraniano il 19 settembre, Bush disse di sognare «il giorno in cui voi vivrete in libertà e l'America e l'Iran potranno essere buoni amici e partner nella causa della pace». Pochi giorni dopo un signore di nome Henry Crumpton, già responsabile della sezione antiterrorismo del dipartimento di Stato, volava a Tampa, allo U.S. Central Command, per parlare direttamente con il generale John Abizaid e spronarlo ad intraprendere una «campagna aggressiva» contro gli iraniani presenti in Iraq perché a Washington avevano concluso che la linea del «catch and release» era troppo timida. E uno di coloro che erano giunti a quella conclusione ha anonimamente spiegato il ragionamento al Washington Post. «Con il catch and release non segnavamo punti. Non riuscivamo a bloccare le attività iraniane in Iraq, né a preoccupare la leadership di Tehran». Ora invece, con l'ordine di sparare, si potrà «cambiare la dinamica degli iraniani, cambiare il modo in cui ci percepiscono e in cui percepiscono se stessi. Devono capire che non possono permettersi di mettere in pericolo la vita dei nostri soldati. Questa storia deve finire». Fra gli stessi membri dell'amministrazione non sono mancate le «preoccupazioni» per questa decisione. Uno di quelli che si sono opposti, per esempio, ha detto sempre al Washington Post che «tutto ciò ha poco a che fare con la guerra in Iraq. In realtà si sta spingendo il tasto iraniano. Si sta mettendo in piedi una escalation verso un nuovo, inutile conflitto per spostare l'attenzione dall'Iraq e per incolpare l'Iran della nostra incapacità di porre fine alla violenza a Baghdad». Ma i suoi colleghi sono talmente convinti della necessità di questo passo che parlando con Dafna Linzer, l'autrice dell'articolo, paragonavano normalmente il governo di Tehran al nazismo e la Guardia rivoluzionaria iraniana alle SS. Non contraria ma «dubbiosa», a quanto pare, era la Condoleezza Rice. Non perché non le piacesse l'idea di ammazzare gli iraniani ma perché aveva paura di qualche «errore» che avrebbe potuto provocare incidenti diplomatici.

    Fonte: www.ilmanifesto.it, Franco Pantarelli - 27.01.07




    permalink | inviato da il 29/1/2007 alle 10:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

    27 gennaio 2007

    I media e l'Iraq


    [Immagine tratta da *Invierno en Bagdad, Clicca per firmare la petizione]

    New York, New York: All'indomani del discorso di Bush sulla necessità di un aumento delle truppe americane in Iraq, trasmesso in prima serata dalla biblioteca della Casa Bianca, i telecronisti delle varie emittenti televisive si mostravano scettici sulle sue possibilità di successo, ma impressionati dalla sua ferma volontà di sostenere ciò in cui pensano creda, quasi come un solitario e temerario eroe della prateria. Gran parte del commento descriveva un leader bersagliato, imperturbabile dinanzi all'opinione pubblica e che nonostante tutto continua a fare ciò che sente di fare. Il sottotesto era " come puoi non ammirare quest' uomo". Ed era del resto proprio questa la posizione che i suoi curatori d'immagine avevano coltivato per lui. Al centro della scena un uomo che parla ad una telecamera, da solo in una biblioteca, una delle stanze della Casa Bianca in cui non sembra proprio essere a proprio agio, che legge su un teleprompter le parole di qualcun altro, mostrando tutta la sicurezza di cui è capace. Il tono è moderato a causa delle numerose polemiche che lo hanno coinvolto per aver seguito i suggerimenti della sua equipe e persino dei critici.

    Nessun accenno al vero scrittore del discorso o alle posizioni dei molti Generali e consiglieri in disaccordo con la sua idea di aumentare il numero dei soldati. Nessun riferimento al fatto che le truppe armate irachene in realtà si oppongono a questa scelta. Il presidente ha citato positivamente l'Iraq Survey Group (ma in realtà aveva rifiutato le sue raccomandazioni) affermando: "in accordo con le raccomandazioni dell'Iraq Survey Group, inseriremo altri soldati nelle unità delle forze armate irachene e condivideremo una nuova truppa di coalizione con ogni divisione dell'esercito iracheno". Non ha invece citato Joe Liberman, un democratico rifiutato dagli elettori democratici e attualmente schierato con il repubblicano John McCain.

    Ogni frase pronunciata grondava audacia (e cinismo)
    .

    Per i telecronisti, il dibattito sulla guerra vede ormai coinvolte soltanto la Casa Bianca e il Congresso. La PBS (emittente pubblica americana) ha trasmesso la risposta democratica del senatore Charles Durbin che ha spiegato perché questo piano non può funzionare e, di fatto, non funzionerà. Nessun'altra emittente l'ha fatto. La maggior parte di loro ha come al solito offerto una sola versione. Il pubblico e il movimento contro la guerra hanno intonato a gran voce slogan fuori della Casa Bianca, ma la CBS non ce li ha mostrati. In questo dibattito, gli attivisti contro la guerra si ritrovano sempre emarginati. La sostanza del discorso, le sue supposizioni, pretese e direttive politiche non hanno subito nessun tipo analisi. Non sono state prese in esame le possibili conseguenze, in particolare le minacce di attaccare la Siria e l'Iran. Com'è possibile che una simile cosa sia potuta accadere per un evento pubblicizzato per ben una settimana e i cui punti fondamentali erano ben noti già prima che fosse trasmesso. L'attivista David Swanson ha commentato:

    "Bush ha appena dichiarato che occupare l'Iraq significava rendere l'America più sicura. I media non contrasteranno questa dichiarazione con un'analisi degli effetti reali della guerra in Iraq. Bush ha appena espresso la sua preoccupazione per i soldati e le soldatesse americane. I media non domanderanno alle nostre truppe cosa ne pensano. Alle organizzazioni dei veterani e delle famiglie dei militari contrarie alla guerra non verrà chiesto di commentare quello che titoleranno i giornali. Riporteranno piuttosto la postura di Bush, il tono di voce, il colore della cravatta, l'atteggiamento. I piccoli e banali particolari saranno resi colossali. L'assunzione implicita secondo cui questa nuova "ondata" di soldati è già in atto, senza che il Congresso sia riuscito a fermarla, scivolerà via inosservata, con tutta tranquillità. I media non domanderanno o tenteranno di chiarire cosa intende Bush quando parla di "vittoria". I media non solleveranno una questione sulle effettive motivazioni di questa guerra. Nessun accenno agli sforzi per ridurre o concludere questa guerra. I media continueranno a definire "l'ondata" un'ondata, omettendo gradualmente le virgolette. I media non ci mostreranno il popolo iracheno ferito e trucidato da questa guerra".

    Ci risiamo quindi, ancora Bushaganda! Siamo arrivati al 2007, con una guerra che è durata fino ad ora più della seconda guerra mondiale. Questo oltraggio è in atto dal 2002, prima che i primi missili Cruise fossero lanciati, quando il Congresso commise l'indecenza di approvare la richiesta d'autorità da parte di Bush di fare la guerra. E ancora, non ci viene offerto un degno quadro della situazione. Tutti, nel mondo della comunicazione, sanno che non sta funzionando, che stiamo perdendo, che la sua attuazione è stata, per citare le parole del titolo del libro scritto da un reporter del Washington Post Tom Ricks, "un fiasco" ("a fiasco"). Tutti sanno che i fornitori ci stanno derubando e che uomini e donne stanno morendo per niente. Tutti sanno che questa guerra sta disonorando l'America, dalle camere di tortura di Abu Ghraib al linciaggio deprecabile di Saddam Hussein.

    Non esiste senso del pudore che questa guerra non sia in grado di offendere.

    Il pubblico ha disertato. Il mondo è contro di noi. Gli iracheni vogliono che ce ne andiamo. Qualunque intellettuale abbastanza saggio sostiene che l'unica soluzione sensata sarebbe andarsene il prima possibile. E nonostante questo, due grandi istituzioni sembrano brancolare nel buio. Una di queste è la Casa Bianca che tenta disperatamente di resistere e di ottenere qualcosa, qualsiasi cosa che possa giustificare una delle guerre peggiori nella storia e definirla "vittoria". George Bush somiglia incredibilmente al capitano Ahab in questo dramma. Fiumi di parole continuano a scorrere assieme alle sue promesse che altri moriranno e che il massacro è la risposta iniziale più verosimile. Come Tom Engelhard ha spiegato:

    "L' "ondata" dell'altra sera era innanzitutto un'ondata di parole, ben 2,898 parole equivalenti a venti minuti del nostro tempo. Nella preparazione di questo discorso, dal momento che ogni dettaglio era trapelato alla stampa , un incalcolabile numero di parole ha inondato le pagine dei giornali, i telegiornali, talk radiofonici ed internet, ed un altrettanto incalcolabile numero di parole, incluse queste, seguirà nei prossimi giorni".

    Tom Engelhard cita il Christian Science Monitor (quotidiano indipendente) quando dice che la risposta più probabile a queste parole saranno altre parole dal Congresso, ma niente di più. I primi sondaggi dimostrano che la gente si oppone, ma molti di questi sono disposti a dare al "PIANO" una possibilità, anche se nessuno pensa che abbia la minima possibilità di successo. Molti non vogliono assumersi la responsabilità di presentare un piano proprio. L'altra parte in causa del massacro che seguirà sono i media che non vogliono e non sanno imparare dai propri errori, che non vogliono e non sanno rifiutare di rafforzare questo crimine contro la nostra costituzione e l'umanità. Sono i media a non avere il coraggio e il buon senso di rifiutarsi di fare ancora propaganda elettorale per la Casa Bianca, di valutare le varie opzioni e lasciare più spazio ai critici. Insistono col legittimare istituzioni che hanno perso ogni credibilità. In Inghilterra, invece, Channel 4 manderà in onda un programma sui crimini commessi da Tony Blair. Ho scritto due libri su questi crimini mediatici e girato il film WMD sulla fusione tra news e propaganda elettorale. Sfortunatamente, sono troppo pertinenti. Continuo ad aggiungere pensieri e passione per sbarrare la strada alla guerra mediatica, a quella che il mio collega David Degraw definisce "arte della guerra intellettuale" nel suo nuovo e coraggioso libro "Art of Mental Warfare", in cui viviseziona i modi in cui l'opinione pubblica viene plasmata da dittatori invisibili.

    Il problema è che molti di quei direttori e dei loro funzionari ci sono ben noti, sono bene impressi nelle nostre menti, riconoscibili dai loro loghi e dalle loro personalità mediatiche. Sappiamo chi sono, ma siamo pronti a farne ciò che dovremmo farne di loro, spegnerli, disintonizzarli e costruire un mondo massmediatico antagonista che possiamo sostenere e dal quale possiamo imparare? Siamo veramente pronti a capire che i media sono parte di una guerra e devono essere censurati?

    Fonte: 
    Peacelink - Danny Schechter tradotto da Maria Teresa Masci




    permalink | inviato da il 27/1/2007 alle 12:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

    24 gennaio 2007

    Il genocidio del popolo iracheno

    Appello alla comunità mondiale perché si mobiliti per la pace in Iraq

    Invierno en Bagdad
    [Immagine tratta da *Invierno en Bagdad]

    La montagna di cadaveri di bambini, donne ed uomini iracheni assassinati ogni giorno in Iraq dall"esercito degli Stati Uniti sta aumentando vertiginosamente. Nel nostro precedente reportage fotografico abbiamo presentato il costo umano negli Stati Uniti di questa guerra barbara ed illegale che lamministrazione Bush ha scatenato impunemente in Iraq per il petrolio. L'Iraq è un paese devastato, la cui unica colpa è di avere moltissimo petrolio.

    Le foto che Red Voltaire e l'agenzia IPI mostrano di seguito sono le meno scioccanti che possano presentare, perché sarebbe impudico ed inumano dover mostrare in immagini la carneficina di questa guerra allucinante. Ma come arrestare questa mostruosità e barbarie? Come svegliare le coscienza e organizzarsi per raggiungere la pace in Iraq? Come fare perché le Nazioni Unite assumano maggiori iniziative? Solamente con la nostra indignazione. Per questo motivo, Red Voltaire e l'agenzia IPI lanciano un appello a tutti i cittadini del mondo di buona volontà perché inizino a protestare pacificamente nelle strade contro questa guerra selvaggia
    .

    *Photo Gallery


    "Io non credo nella guerra come strumento. C’è un dato inoppugnabile: la guerra è uno strumento che non funziona, semplicemente non funziona" Gino Strada




    permalink | inviato da il 24/1/2007 alle 17:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

    22 gennaio 2007

    Soldati terrorizzati a loro volta terrorizzano la gente

    Invierno en Bagdad

    Fallujah, Iraq - Yassir, dieci anni, puntò una pistola di plastica ad un autocarro blindato americano gridando "Bang! Bang!". Yassir non sapeva quello che sarebbe successo. "Ho urlato a tutti di scappare perché gli Americani stavano tornando indietro", ha detto all'IPS [Inter Press Service, rete di corrispondenti dislocati in oltre 100 Paesi che lotta contro la povertà e le malattie, e per i diritti umani, ndt] il dodicenne Ahmed, che era con Yassir. I soldati seguirono Yassir fino a casa sua e spaccarono quasi tutto quello che trovarono. "Lo fecero dopo aver picchiato duramente sia Yassir che suo zio, urlando bestemmie", continua Ahmed. Non sono soltanto i bambini o la gente di Fallujah ad aver paura.

    "Quei soldati sono terrorizzati" ha riferito all'IPS lo psicoterapista Dr. Salim al-Dyni in una sua visita a Fallujah, continuando: "ho esaminato documenti che riferiscono di soldati psicologicamente disturbati mentre prestavano servizio in zone calde, e Fallujah è una delle zone più calde e terrificanti per loro". Il Dr. Dyni dice che sono i soldati instabili a perpetrare le atrocità peggiori. "La maggior parte degli omicidi commessi dai soldati americani sono il risultato della loro stessa paura". La polizia irachena locale stima che a Fallujah ci sono in media cinque attacchi al giorno contro le truppe statunitensi, e quasi altrettanti contro le truppe governative irachene. La città dell'ostile provincia di Anbar, ad ovest di Baghdad, si trova sotto assedio dall'aprile del 2004. Questo ha significato punizioni per la popolazione locale. "Gli ufficiali americani mi hanno chiesto centinaia di volte dove prendono le armi i combattenti", riferisce all'IPS un 35enne abitante del luogo imprigionato con dozzine di altri durante un rastrellamento nelle case del quartiere di Muallimin. "Loro (i soldati americani) mi hanno insultato con gli epiteti peggiori che conoscevo e molti altri che non conoscevo. Ho sentito alcuni detenuti giovani urlare sotto tortura 'non lo so, non lo so', forse rispondendo alla stessa domanda che avevano fatto a me".

    I soldati americani hanno reagito selvaggiamente ad attacchi contro di loro. Diverse zone di Fallujah sono rimaste senza elettricità per due settimane perché gli americani avevano fatto saltare la centrale elettrica dopo l'attacco di un cecchino. I quartieri di Thubbat, Muhandiseen, Muallimeen, Jughaifi e la maggior parte orientale della città ne hanno fatto le spese. "Puniscono i civili perché non riescono a proteggere se stessi", riferisce all'IPS un abitante del quartiere di Thubbat. "Li sfido a catturare un singolo cecchino che uccide i loro soldati". Molte delle vittime di questa situazione sono civili. Le più grandi rimostranze riguardano i soldati americani che attaccano i civili a casaccio solo per vendicare i loro colleghi uccisi negli attacchi portati dalla resistenza. Secondo una relazione condotta dallo Study Centre for Human Rights and Democracy [Centro Studi per i Diritti Umani e la Democrazia, ndt], un'organizzazione non-governativa con sede a Fallujah, sono più di 5.000 i civili uccisi dai soldati statunitensi e sepolti in cimiteri o in fosse comuni scavate nei dintorni della città. "Almeno la metà sono donne, bambini e anziani" ha riferito all'IPS il co-direttore del gruppo, Tareq al-Deraji.

    Dahr Jamail e Ali Al-Fadhily (traduzione a cura di Gianni Ellena)
    Fonte:
    http://ipsnews.net - *link
    Foto tratta dal film "Invierno en Bagdad" 
    08.01.2006




    permalink | inviato da il 22/1/2007 alle 15:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

    27 dicembre 2006

    Invierno en Bagdad/3

    "All'avvicinarsi del pericolo, due voci parlano sempre ugualmente alto nell'anima dell'uomo; l'una dice molto ragionevolmente di riflettere alla qualità stessa del pericolo e al mezzo di evitarlo. L'altra dice, ancora più ragionevolmente, che è troppo penoso, troppo tormentoso pensare ai pericoli, quando prevederli tutti e scansarli non è in potere dell'uomo, di modo che val meglio, distogliersi dalle cose penose sino a che non giungano, e pensare alle cose piacevoli.", Guerra e Pace, romanzo storico di Lev Nikolaevic Tolstoj










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    24 dicembre 2006

    Invierno en Bagdad/2

    L'iniziativa per la diffusione di "Invierno en Bagdad" prosegue. La petizione procede a rilento, per mancanza di visibilità. Si è quindi pensato di aprire un questo blog, che sarà aggiornato quotidianamente con estratti e recensioni del film, ma anche con notizie e approfondimenti sulla situazione irakena. Chiunque volesse partecipare alla realizzazione del sito, o avesse dei consigli utili da fornire è il benvenuto. Lo scopo è quello di cercare di informare il maggior numero di persone dell'esistenza di questo documento che si può definire unico, in quanto non si limita a documentare tramite le riprese ma tasta anche il polso e le opinioni della popolazione, con interviste soprattutto a bambini, donne e medici, ovvero coloro che pagano il prezzo più alto in una guerra. Colgo anche l'occasione per invitare chiunque non l'avesse ancora fatto a firmare la petizione. Ecco quindi le prime foto tratte dal film:

    Invierno en Bagdad 1

    Invierno en Bagdad 2

    Invierno en Bagdad 3

    Invierno en Bagdad 4




    permalink | inviato da il 24/12/2006 alle 18:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa

    21 dicembre 2006

    Invierno en Bagdad

    Mercoledì 4 maggio 2005, è andato in onda sulla TVE, la Televisìon Espanola, il documentario "Inverno in Baghdad", del regista Javier Corcuera.

    Il documentario è stato filmato sia prima che dopo l'attacco della coalizione, e raccoglie il punto di vista della popolazione irachena. Dopo aver preso conoscenza di questo documento è partita una piccola iniziativa degli utenti del forum "redazione politica del tg3" mirata a raccogliere le adesioni dei telespettatori per chiedere alla RAI di trasmettere anche in italia tale documentario, in nome della libertà di informazione, e impedire che si ripeta quanto avvenuto per il documentario "Citizen Berlusconi", prodotto negli U.S.A. dalla PBS, che in Italia è stato del tutto ignorato, per non dire "censurato".

    Gli utenti promotori tengono a precisare la natura a-partitica dell'iniziativa. Vi chiedo dunque di esprimere la vostra opinione sottoscrivendo o meno questo appello e lasciando, nel caso lo voleste, un commento nello spazio apposito. É disponibile anche un banner (simile all'immagine pubblicata in questo post) da mettere nella barra laterale di ogni blog, per segnalare a qualsiasi visitatore l'esistenza di questa petizione.



    "In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica", Gandhi




    permalink | inviato da il 21/12/2006 alle 13:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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